Il perdono : vera manna, vera eredità

Quarta domenica di Quaresima (C)

Gs 5,9-12 /Sal 33 / 2Cor 5,17-21 /Lc 15,1-3.11-32

Ho cercato il Signore: mi ha risposto
e da ogni mia paura mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo salva da tutte le sue angosce.

(salmo 33)

Il popolo gridò e Dio ascoltò il grido. Scese per liberare. Il cammino fu arduo e lungo: quarant’anni nel deserto. Non poche le occasioni di rimettere in questione la promessa fatta da Dio. La sete, poi la fame… facevano rimpiangere perfino il tempo di schiavitù e soprattutto sembravano allontanare da quella terra verso cui Dio li stava conducendo per mano di Mosé che, tuttavia, non vide la terra promessa. Fu Giosuè a continuare l’impresa.

Alla domanda del popolo che recriminava contro Mosé e che gli domandava pane per sostenere il cammino nel deserto, Dio rispose facendo trovare sul suolo un cibo che non conoscevano. «Cos’è ?» si chiesero la prima volta che lo trovarono. Manna. Che li accompagnerà di giorno in giorno. Non serve accumulare, non serve farne provviste. Ogni giorno, il pane quotidiano. Fino a che, entrati nella terra di Canaan e celebrata  laPasqua, poterono finalmente mangiare il frutto del loro lavoro. È il tema della prima lettura di questa quarta domenica di Quaresima, dal libro di Giosuè. Si legge: «Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan».

Dio provvede donando la manna fino a quando il popolo non trova la sua libertà e può badare a sé stesso con il lavoro delle proprie mani a trasformare i frutti della terra in cibo. La manna diventa simbolo di tutto quanto, da figli, riceviamo per il nostro sostentamento prima ancora che siamo in grado di procurarcelo. Sono certamente manna le cure che riceviamo da figli prima di uscire dalla casa paterna.

Ciò premesso e non casualmente, veniamo al vangelo di oggi, alla parabola arcinota del padre misericordioso. Una domanda: c’è qualcosa di strano nella richiesta del figlio minore? Che cosa c’è di male nel volere andare a vivere fuori casa? Ciò che suona strano a noi che siamo abituati a spartire l’eredità dopo la morte, è chiedere in anticipo la parte di eredità. Niente di strano o di impossibile: era lecito. Il figlio giovane non desidera altro che vivere. Egli sente che è giunta l’ora di provare a camminare con le proprie gambe. Che male c’è? Diremmo perfino che è la logica stessa delle cure, che è parte del processo di crescita e di emancipazione. 

I problemi vengono dopo. Vengono quando il figlio troppo in fretta dilapida i suoi beni, gestendo male il suo gruzzolo. È la tentazione che la ricchezza porta con sé: cupidigia o avarizia sono le due facce della stessa moneta. E quando il denaro è finito ecco la fame nello stomaco e nel paese, a motivo della carestia. Nel racconto non c’è giudizio alcuno. Si raccontano i fatti. Il giudizio sarà piuttosto sulle labbra del figlio maggiore. Rientrare in sé stessi è condizione indispensabile per ritrovare la strada della vita e della felicità. Non dimentichiamolo: quel figlio minore stava solo cercando la sua strada, un modo per vivere la sua vita. Felicemente. Disposto per fame a condividere il cibo con i porci, trovo persone che non gli davano nulla. Dovette sembrargli crudeltà quel rifiuto o forse era un modo per fargli presente che lui non era di certo un animale. Pensò allora ad un compromesso suggerendo al padre l’idea di poter vestire i panni di un salariato. 

Si è discusso sull’atteggiamento del padre : come mai non va a cercare il figlio? Semplicemente il figlio era partito in un paese lontano. Impossibile avere notizie. E certamente quella parte di eredità data per iniziare l’avventura fuori casa era anche segno di una benedizione paterna, un segno di fiducia. Un padre non può certo proiettare sul figlio l’ombra di un futuro non felice. Un padre apre la porta per entrare nel mondo; un padre apre la strada per un futuro. Di fatto, il padre della parabola nulla sa di quei giorni fuori casa e, forse, nemmeno sa della carestia in quel paese lontano dove il figlio se n’era andato. 

A noi di immaginare l’andatura disfatta del figlio che torna. A voi di immaginare la corsa del padre. A noi di immaginare la concitazione di una festa da preparare per questo ritorno. Il padre è felice di aver ritrovato quel figlio. Vedendolo da lontano comprese subito le condizioni in cui versava. Ma almeno era vivo. E tornava. Una veste, un anello e dei sandali ridanno dignità al figlio. Il vitello grasso è cibo per tutti coloro che vorranno far festa. Musica e danze cambiano l’atmosfera. 

La parabola, come ben ricordano i primi versetti del Vangelo di oggi, Gesù la racconta per cercare di fare entrare scribi e farisei nel cuore di Dio. Gesù, il Figlio di Dio, si invita a casa di pubblicani e peccatori per spiegare chiaramente chi è suo padre, che altrimenti sarebbe rimasto invisibile ai nostri occhi se non avessimo visto Gesù stesso mangiare con i peccatori. Proprio questo gli rimproveravano certi scribi e farisei: osservanti irreprensibili dei comandamenti non sopportavano di dover stare nella stessa casa con coloro che in qualche modo s’erano smarriti. In mezzo alla quaresima, questa parabola della misericordia di Dio, ci ricorda che non stiamo camminando per festeggiare la riuscita dei nostri sforzi o le conquiste dei nostri impegni ascetici. Al termine della quaresima ci attende la vita che Dio vuole condividere anche con i più lontani, con i più smarriti. 

Il padre, garante di libertà, non ostacola la partenza del figlio minore. Non vi si oppone. Questo stesso padre invece esce di casa per pregare il figlio maggiore di entrare e prendere parte alla festa. Il vero problema non è dunque lo smarrimento. In cerca di felicità, l’uomo che rientra in se stesso ritrova la via del ritorno. Il vero pensiero del padre e verso quel figlio maggiore che si barrica dietro obbedienze scrupolose, sottolineando l’apparente ingiustizia. Entrambi i figli – il minore come il maggiore – hanno la loro parte di cammino da fare per conoscere veramente che è il Padre. Così noi: quanto è difficile far comprendere a chi è lontano che si può tornare senza timore alcuno. Quanto è difficile far comprendere a chi si crede salvo per merito di personale osservanza, che ritrovare un figlio e un fratello vale più di ogni sacrificio. 

Se abbiamo avuto la grazia di poter ascoltare il vangelo, se abbiamo avuto anche oggi la grazia di ascoltare una volta di più questa parabola della misericordia, allora possiamo dire di essere in Cristo. In effetti, ogni vota che lasciamo entrare la sua parola nel nostro pensare e nel nostro vivere, allora possiamo dire con san Paolo: «se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove». (2 Cor 5,17)

Dal Vangelo secondo Luca
 (15,1-3.11-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

La veste più bella dei secoli
è il tuo ampio perdono.
Di ogni peccato
tu spogli la memoria;
rivesti il figlio
di splendido futuro.
Rispetta tutto l’essere
la veste di luce.
La vecchia casa si apre
su cieli e terre nuove.

(una monaca di clausura)

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Piccoli Pensieri (2)

Dania

“Apri le tue braccia corri incontro al Padre, oggi la Sua casa sarà in festa per te”… ed ancora prima di vedere le mie, vedo le Sue braccia allargate e protese, per riabbracciarmi, proprio quando mi sono smarrita e confusa non vedevo più “la via, la verità e la vita”. Grazie Padre infinitamente misericordioso che mai smetti di cercare i Tuoi figli perduti, per portarli dalla morte alla vita vera, che risiede solo in Te.

30 Marzo 2025
Suor+Regina

Grazie don Stefano che ci fai gustare la Parola di Dio che ci dona Speranza.

30 Marzo 2025

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