La luce. La nube. La voce.

Quarta domenica di Quaresima (C)
Gs 5,9-12 /Sal 33 / 2Cor 5,17-21 /Lc 15,1-3.11-32
O Padre,
che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio,
donaci un cuore docile alla sua parola…
Come la scorsa domenica, anche in questa seconda domenica di Quaresima la liturgia della Parola si apre con il racconto di un insolito rito, a tratti abbastanza crudele. Un rito che per noi non ha grande significato. È dunque importante comprenderne la portata.
[Il Signore disse ad Abram]: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo». [Abram] Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò.
Cerchiamo di capire, senza troppo farci impressionare. Al tempo di Abramo, quando due capi tribù stipulavano un’alleanza, compivano esattamente questo rituale. Gli animali squartati, le cui metà stavano una di fronte all’altra, stavano ad indicare la sorte che sarebbe toccata a chi avrebbe infranto l’alleanza stipulata tramite questo sacrificio. I due contraenti attraversavano a piedi nudi questo passaggio creato per l’occasione per significare il reciproco impegno. Dio sembra suggerisce ad Abramo la sua volontà di fare alleanza con l’umanità, attingendo al significato di questo rito che Abramo doveva ben conoscere. Il fatto stesso che il Signore sia uno dei contraenti è già un fatto inatteso, ma c’è qualcosa che sorprende ancor di più dato che il rito non si svolgerà più come prescritto. Dei due futuri alleati (il Signore stesso e Abramo) solo il Signore vi passerà. Dice il testo: un torpore cadde su Abram. Terrore e grande oscurità lo assalirono. L’uomo che perde il controllo delle sue facoltà si sente sempre esposto al pericolo. Questo rituale che sembra non svolgersi più secondo le clausole conosciute, semina il panico nel cuore di Abramo. Che succede? Che succederà?
Un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram. Braciere e fiaccola… simboli che impareremo a riconoscere. La presenza del Signore è già in qualche modo significata e simboleggiata nel fuoco e nella luce. Il racconto biblico di questa liturgia non ci fa ascoltare il seguito ma il racconto dice Abramo ebbe fede in Dio. È la prima volta che appare nel libro della Genesi questa parola. Dapprima il terrore nel cuore di Abramo, poi un fuoco, una luce che dissipa la paura e le tenebre dal cuore, sicché Abramo – risvegliandosi da quel torpore che già abbiamo imparato a conoscere quando si parlava di Adamo – scopre la fede. Aver fede, credere, è aggrapparsi fino alla fine, anche nel dubbio, e nella prova. Dio non chiederà null’altro se non di credere. E qui potrebbero venirci in mente le parole stesse di Gesù che disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!».
E su questa necessità di continuare ad avere fede, passiamo immediatamente all’ascolto del Vangelo:
Dal Vangelo secondo Luca
(9,28-36)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
È forse il caso di scorrere le pagine del Vangelo di Luca, per capire cosa è accaduto poco prima. Gesù, potremmo dire, è al culmine del suo successo. Basterebbe qui fare la lista dei miracoli che aveva già compiuto: diverse guarigioni tra cui la suocera di Pietro (Lc 4), la pesca miracolosa, la guarigione di un lebbroso e di un paralitico (Lc 5), la guarigione di un uomo dalla mano paralizzata (Lc 6), la guarigione del servo del centurione, la resurrezione del figlio della vedova di Nain (Lc 7), il racconto della tempesta calmata, la guarigione dell’indemoniato in un paese straniero, la guarigione della donna che aveva perdite di sangue, le risurrezione della figlia di Giairo (Lc 8) e la moltiplicazione dei pani (Lc 9). Quanto basta per lasciarci immaginare la fama del nazareno. Sembra perfino che Luca nel redigere il suo vangelo ci tenga a disseminare il racconto di miracoli e guarigioni come a voler sottolineare la costante fedeltà alla sua missione.
Tuttavia qualcosa interrompe questo felice racconto. Nella coscienza di Gesù si fa chiaro il suo destino. Scoprì improvvisamente, dopo essersi trovato in un luogo solitario a pregare (Lc 9,18) che «il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Lc 9,22). L’ombra del rifiuto e della morte allunga la sua mano sulla vita di Gesù. Difficile per i discepoli ascoltare fino in fondo quanto Gesù ha appena detto. Avranno sentito che già parlava di resurrezione? C’è da supporre che il cuore s’impauri all’annuncio della morte.
Succede così anche nella vita di ogni persona. Come si reagisce all’annuncio di una triste notizia, magari quando tutto sembrava andare per il meglio e sembrava raggiunto l’apice? Ho visto persone organizzare viaggi, incontri, pranzi e cene tra amici, per poter ancora scattare istantanee di felicità, momenti luminosi prima che scenda la notte. Si cerca così di trasfigurare la realtà per incidere nell’anima che la luce è ben più forte che tenebre e che queste non potranno mai prevalere.
È questa l’esperienza che Gesù vuole proporre di vivere a Pietro, Giovanni e Giacomo? Lui, doveva avere l’abitudine di trasfigurare tutto… ogni volta che saliva sul monte a pregare. A più riprese, infatti, Gesù si ritira a pregare su un monte o in un luogo solitario. L’istantanea che Gesù ci propone di scattare è proprio quella di un tempo di preghiera – il testo di Luca lo dice a chiare lettere: salì sul monte a pregare. Lontano da ciò che la gente può dire di lui, lontano dal successo, cercando di attraversare quell’inaudibile verità legata al Figlio dell’uomo. Sul monte, in quel momento di preghiera, si parla ancora una volta di esodo perché la vita è sempre esodo, passaggio, uscita. Le Scritture lo attestano. Mosé ed Elia ne sono testimoni autorevoli, riconosciuti e concordi.
Il sonno dei discepoli è indizio che qualcosa già sfugge al controllo umano. Il sonno dei discepoli è mancanza di vigilanza? È perdita del controllo? È una reazione uguale e contraria allo choc? Si aggiunga pure la nube che li avvolge, nube che nel linguaggio biblico indica sempre la presenza di Dio. E va pure detto – anche se come Pietro e gli altri discepoli potremmo noi pure provarne una certa paura – che nella nube, alla presenza di Dio qualcosa sfugge sempre al volere umano. È in quella nube, in quella presenza, durante la preghiera che maggiormente ci accorgiamo che i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri, che le sue vie non sono le nostre vie. È forse qui la ragione più umana di tanta resistenza a pregare, a ritirarsi in luoghi solitari e in disparte. La presenza di Dio è spesso per l’uomo fonte di timore. Qualcosa che da vertigine o che abbaglia. Cercare di far coesistere le nostre vicende umane con la presenza di Dio è questo che più ci interroga… ed è in queste occasioni che non sappiamo bene nemmeno ciò che stiamo dicendo, come Pietro che improvvisamente se ne esce con la proposta di costruire tre tende e prolungare quel tempo nella nube luminosa.
Al netto di ogni tentativo di spiegare, al netto del rischio che possiamo correre nel volere spiegare questa esperienza che va sotto il nome originalissimo di trasfigurazione, il Vangelo non fa altro che darci una certezza: dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Non abbiamo che questo da fare. Ascoltare la voce del Figlio che ci parla del Padre. Ascoltare la parola di questo fratello in umanità che ci ricorda che Dio ha stipulato un’alleanza con Abramo, con tutti i nostri padri nella fede. Egli è venuto al mondo per questo. Ascoltare il Figlio per noi oggi è conoscere la vita umanissima di Gesù di Nazareth, leggerne il racconto trasmesso a noi dai Vangeli. Il risorto, che ancora ascoltiamo, dice ancora: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). È questa una parola certa che richiama a noi l’alleanza sancita con Abramo. Un’alleanza che sembra ai nostri occhi un impegno a senso unico, come se solo Dio potesse impegnarsi a stare con noi, sempre. L’uomo ben conosce le sue infedeltà, la sua idolatria, i suoi abbandoni e rinnegamenti… ma Dio ha promesso di stare con noi, sempre perché l’uomo stesso, compiuto il suo esodo terreno, possa stare sempre con il suo Dio.
Tu, il Dio vivente,
tu accendi nelle nostre oscurità
un fuoco che mai si spegne.
Attraverso lo spirito che loda e ringrazia
tu ci chiami ad uscire dai noi stessi.
A noi, poveri di Dio,
tu affidi un mistero di speranza.
Nell’umana fragilità,
tu hai deposto una forza spirituale
che mai ci sarà tolta.
Anche quando noi la ignoriamo, essa è presente,
pronta a portarci in avanti.
Sì, nelle nostre oscurità,
tu accendi un fuoco che mai si spegne.
(frère Roger di Taizé)
Dalla domenica appena trascorsa tengo un ricordo particolare dell’omelia che ho potuto ascoltare, con un affondo specifico relativo al dettaglio che, là dove noi preghiamo, là incontriamo Dio e possiamo godere della sua luce (la sfolgorante luce dell’amore).
Ed ora che ne sto ripercorrendo la memoria, ecco che mi si affianca un altro elemento da ricordare e significare: l’irruzione della mia piccola Adele in chiesa, poco prima del Padre Nostro, in tempo per agganciare l’attenzione della piccola Ines (sua coetanea o poco meno), vicina a me con i suoi genitori, e stimolare spontaneamente il più naturale intreccio di mani adulte e bambine per una delle più belle preghiere comunitarie al Padre di cui io abbia memoria. Ed ecco che allora sí che si riesce ad intuire il godimento di quella trasfigurazione in pura luce che è luce d’amore.
Quando l’ascolto della Parola diventa preghiera, la nostra vita cambia.
Nella gioia e nella sofferenza sentiamo di non essere soli. Lui c’è!
È vero
Nella vita di Gesù
C’era ogni cosa trasfigurata
Viveva da risorto
Che anche la nostra vita sia così