Una questione decisiva

XXI domenica del Tempo Ordinario (B)
(Gs 24,1-2.15-17.18 / Sal 33 / Ef 5,21-32 / Gv 6,60-69)
Da re che volevano farlo per aver moltiplicato i pani e aver dato da mangiare a sazietà, i più se ne andarono. Al segno dei pani condivisi seguì un lungo discorso per spiegare il senso di quello che pareva ancora un miracolo a soluzione di tutti i problemi. Lo disse chiaramente: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati». (Gv 6,26).
Pareva ai loro occhi la miglior antitesi all’imperialismo romano così opprimente in quelle terre. Il segno non era nella sua capacità di risolvere problemi e sfamare folle. Il segno era proprio nella capacità di condividere e farsi dono. Egli avrebbe potuto essere il primo che, dato l’esempio, stava invitando a fare altrettanto, il primo di una moltitudine di figli e fratelli.
Da quel momento una serie di parole che suonarono agli orecchi dei presenti come parole durissime: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà». E come fare? Credendo – disse – a colui che Dio ha mandato. Ad un certo punto lasciò intendere che non comprendevano fin dai tempi della manna nel deserto.
Ci sarebbe da rileggere tutto il capitolo sesto del vangelo di Giovanni per capire quanto il discorso andava facendosi sempre più duro.
Alla fine molti se ne andarono. Come se le sue parole, svelando i pensieri e le intenzioni del cuore, avessero l’intento della luce. E non gli importava del buio che cresceva attorno a sé. E non si preoccupava se l’ipotesi «martirio» era sempre più prossima: Egli ha le parole di vita eterna.
Per quelle su stesse parole e davanti a tutta quella gente che tornava indietro e non lo seguiva più, un bivio decisivo stava davanti ai suoi discepoli come una domanda che inchioda: «Volete andarvene anche voi?». Sebbene non volle essere loro re, fece meglio di un re, lasciando liberi tutti di potersene andare perché credere per costrizione non è affatto credere. Credere è dare la propria vita, come si dà il pane per non vedere morire di fame. Si tratta esattamente di accettare questo abbassamento di Dio, questa umiliazione del Figlio fino alla morte di croce, questo dono di un pane che è da condividere altrimenti diventa simbolo di ingordigia e di egoismo. A nulla serve vantarsi del pane guadagnato con il proprio sudore se poi non si è capaci di condividerlo.
Il segno del pane da condividere non è qualcosa che deve rimanere scritto nelle pagine del Vangelo. L’eucarestia quotidiana o anche solo quella domenicale è proprio il segno che certe parole non sono fatte per rimanere imprigionate nei libri. Ci sono parole che danno vita a gesti molto concreti e questo perpetuarsi di gesti di comunione nati dalla parola danno a noi la reale percezione che la vita ha un valore eterno.
Se alla domanda imbarazzantissima di Gesù – volete andarvene anche voi?- abbiamo deciso di rimanere nel piccolo gregge, in quello sparuto gruppo di credenti, allora è tempo di pensare a quali saranno i segni con i quali, da credenti in Gesù, sapremo tradurre le nostre eucarestie.
Aerei di donne e bambini, che non si contano già dai tempi della moltiplicazione dei pani e dei pesci, sono portati in salvo perché, certamente, sarebbero i più esposti nella gravissima crisi afghana in corso. Siamo di fronte ad un’ennesima emergenza umanitaria. Sapremo accoglierli? Sapremo condividere il nostro pane con loro? Ci è offerta l’occasione di credere che per crescere figli occorre un villaggio intero, come si dice in altri paesi. E anche in questo sembriamo aver fallito: genitori sempre più soli nell’educare i figli perché timorosi e dubbiosi a riconoscere comunque un ruolo educativo alla società stessa e società sempre meno in grado di portare i pesi gli uni degli altri.
Ieri sera, davanti ad un telegiornale, le immagini di un agente di polizia che si inginocchia a giocare con i primi bambini afghani portati in salvo lasciano ben sperare. Anche la stessa commozione di quest’uomo nel raccontare la gioia di giocare con quei piccoli, oltre la sua divisa, oltre il suo ruolo, oltre il dolore e lo smarrimento. Non temete! Di certo il piccolo gruppo di credenti, andrà ulteriormente assottigliandosi perché ad ogni parole che sprona all’accoglienza e alla condivisione noi preferiamo sempre ascoltare i nostri mal di pancia (reali e metaforici) che sono tipici di chi mangia troppo.
O Dio, nostra salvezza,
che in Cristo, tua parola eterna,
riveli la pienezza del tuo amore,
guidaci con la luce dello Spirito,
perché nessuna parola umana ci allontani da te,
unica fonte di verità e di vita.
Amen.
(dalla liturgia odierna)
Dal Vangelo secondo Giovanni (6,60-69)
In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
Anche noi tentati di andarcene.
È duro tutto il tuo sermone, Signore:
se un occhio ti scandalizza, cavalo;
se una mano ti scandalizza, tagliala;
è stato detto ma io vi dico,
per salvarsi bisogna che uno si perda
e se il chicco di grano non muore…
è quanto significa farsi pane,
cibo e bevanda per la fame dei fratelli:
perciò molti ti abbandonarono
e molti fra i tuoi stessi non credevano:
che non sia così di noi, Signore.
Amen.
(David Maria Turoldo)

Le Tue parole Gesù sono Spirito e sono Vita.
Abbiamo tutti bisogno di questo per vivere, come l’acqua fresca che ci disseta e come il pane che ci sfama.
Beato è chi – avendo Fede – crede.
Mi dispiace tantissimo vedere persone che non accolgono questa opportunità come una Grazia, non ci credono e di conseguenza non sono nelle condizioni di sentire, ascoltare, vivere lo Spirito che e’ dentro di noi,
con tutti i Suoi doni di cui ci fa dono.
Si tratta di persone spesso tristi, depresse, disperate o molto arrabbiate.
Sento la responsabilità del messaggio che occorre instancabilmente trasmettere a coloro che si sentono smarriti, disorientati, senza un riferimento a cui aggrapparsi nel momento del bisogno e a cui dire grazie per tutto ciò che gratuitamente si riceve in dono dalla vita.
Stamattina ho ascoltato don Davide che ci ha raccomandato “almeno un Patto” …
un Patto da definire e poi rispettare con qualcuno e verso qualcuno, lo scegliamo noi;
la cosa che conta è la fedeltà nel rispettare il Patto!
Cosi abbiamo un obiettivo, un sentiero da percorrere, un qualcosa verso cui aver cura.
Ognuno scelga il proprio Patto per la sua vita;
io ho scelto il mio …
e Gesù ne e’ pienamente coinvolto,
eccome se è coinvolto!
La mia preghiera stasera è la richiesta di forza e volontà salda nel portare avanti questo grande Patto, in ogni momento e per tutta la mia vita.
Gesù sei il mio sostegno, la mia forza, la mia pace.
Grazie.
“Dobbiamo preoccuparci se le parole di Gesù non ci mettono in crisi.
Vuol dire che abbiamo annacquato il suo messaggio…”
(Papa Francesco all’Angelus di oggi)